Riprendo ed adatto una cosa che avevo scritto per "altrove"...
Partirei, in
questa breve nota, da una considerazione semplice: siamo qui per divertirci e
far divertire gli altri, per “giocare bene” e per “far giocare bene”.
Quello che scriverò è, ovviamente, la mia personalissima opinione su come
giocare “bene” un Gioco di Ruolo. Ed in particolare come giocare “bene” La
Città dei Dogi.
Per quei pochi che leggeranno queste note senza saperlo, La Città dei Dogi è un
Gioco di Ruolo online, dove, in buona sostanza, la descrizione delle azioni e
del parlato di un personaggio creano negli altri la percezione del personaggio
stesso, e quindi il personaggio.
Questo significa, almeno per me - ma è l’ultima volta che lo scrivo, che il
parlato che tramutiamo in parole scritte sotto le nostre dita, ma soprattutto
le azioni, devono essere pensate mettendosi nella testa di chi legge, per
vedere con i suoi occhi.
Questo comporta delle descrizioni brevi, – due o tre, a volte cinque righe, ma
raramente – aperte all’approfondimento ma che in sé sono già complete.
Mi è capitato spesso di vedere sei o otto righe di descrizione e poi altre una
decina… In rosso. Confesso che la tentazione di saltare a piè pari, a volte, ha
prevalso. Un pugno nello stomaco alla mia concentrazione, una fetta di torta
troppo grossa per essere gustata.
La differenza è come quella fra i quadri degli Impressionisti e quelli di
Scuola della stessa epoca. Non tutti possono essere Van Gogh, ma anche il più
infimo degli Impressionisti – se ve ne è uno – riesce a trasmettere delle
sensazioni che altrove non si trovano. Se non avete familiarità con la cosa
osservate un quadro impressionista… ad esempio la
Stanza ad Arles. Dategli una occhiata veloce… magari dal vivo. Poi
chiudete gli occhi. Rimane sempre qualcosa. Poi riapriteli e osservate con più
cura. I particolari usciranno dal quadro, la pennellata, la materia del colore…
quello che volete, salteranno fuori e vi capiteranno in braccio. A voi, se
volte, coccolarli….
Il “buon gioco” è questo. Riuscire con pochi tratti a colpire l’altro, chi
guarda. Se l’altro vorrà, il tempo per approfondire ci sarà, magari non subito,
magari mai.
Se arrivano nuovi PG, ripetere la descrizione, con parole diverse, un vestito,
il colore degli occhi o dei capelli, è una cortesia che è spesso apprezzata… Un
gesto con la mano a scompigliare i capelli può diventare occasione di apertura
del gioco verso altri.
Ed infine: i PG devono essere giocati in modo coerente e curato. La coerenza
crea spessore e la cura crea stima. Ma, per carità, non imponiamo agli altri la
nostra visione del gioco. Non vi è nulla di peggio che un giocatore che vuole
bacchettare il gioco per condurlo dove vuole lui.
“Questa sera si recita a soggetto”. E se, come amo dire, “la vita è un palco e
noi siamo gli attori, ed i Giochi di Ruolo non sono altro che un palco dentro
al palco”, allora prendiamo un canovaccio e incominciamo a ricamare.
Allunghiamolo a chi ci sta vicino, a chi sta dall’altra parte dello schermo. Lì
qualcuno ricamerà cose che non ci aspettiamo, che ci piacciono o che non ci
piacciono. Sta a noi lasciare la stoffa agli altri. E spesso la stoffa si
riempirà di ricami preziosi, inaspettati e ricchi, la trama si ispessirà e il
gioco prenderà vita.
Io tento di giocare così. Inizialmente credevo che fosse tempo perso, un
manierismo a modo mio, ma poi, dai riscontri che altri giocatori mi hanno dato,
ho capito che non è così. A volte mi capita di accorgermi che un giocatore
“buca lo schermo”. È quando i suoi sentimenti e stati d’animo escono dallo
schermo mentre leggo e mi toccano l’anima. Affinità elettive. Non tutti sono
sensibili alle stesse note e, spesso, ciò che fa risuonare un’anima può
irritarne un’altra. La giusta misura sta a noi trovarla.
Roberto, ovvero quando può, il Doge